In questi giorni stiamo lavorando all’edizione 2017 di Ti invito a cena. Riproponiamo il racconto della precedente edizione, a cura di Mauro Gavazzi.

La predica alla messa della prima domenica di quaresima, in una serata piovosa di febbraio mi colpisce. Il vangelo parla di Gesù tentato nel deserto. Un brano che conoscono tutti o quasi. Il parroco comincia con parole che mi rimangono stampate nella mente e che ricordo così:

“Gesù viene condotto dallo Spirito Santo nel deserto. Forse qualcuno di voi ha provato a fare l’esperienza di andarci. Chi è solo, perso nel deserto, non ce la può fare; o c’è una carovana che lo guida da un’oasi all’altra oppure non ce la fa. Non importa se è giovane, forte, in salute, intelligente. Non ce la fa. Deve fare i conti con la sua povertà, con il suo limite”.

Queste parole mi rendono subito ragione di ciò che vivo e incontro ogni giorno: che ogni uomo deve fare i conti con la sua povertà e con il suo limite.  È una illusione pensare di farcela da soli. E il bisogno, tante volte drammatico che incontro in comunità, ogni giorno, è proprio l’occasione per fare memoria del fatto che anche io non posso farcela da solo. Forse è proprio questa condizione, questo scoprirsi addosso la stessa esigenza di chi incontriamo, associata alla sovrabbondanza generata da un incontro, da una esperienza bella vissuta su di noi, che ha potuto generare una iniziativa nuova e inaspettata come quella di “Ti invito a cena”.

“Ti invito a cena” è diventata in poche settimane una cena per cinquecento poveri della città di Brescia, con nove chef stellati che hanno accettato di dare il loro tempo gratuitamente per preparare pietanze raffinate e per creare, grazie a più di cento volontari, una grande sala in cui vivere un momento carico di bellezza.

Il bello è che alcuni degli chef, che hanno preso la parola in alcune occasioni prima e durante la cena, hanno ringraziato di aver potuto donare il loro tempo e la loro competenza e di aver potuto vivere un momento così significativo di incontro con i bisogni di tante persone.

Una domanda che mi è venuta è stata: ma perché darsi tanto da fare per una cena che, in fondo, oltre a far passare la fame e qualche ora di serenità, non risolve certo i problemi dei cinquecento poveri di Brescia che sono intervenuti?

La risposta è arrivata già prima della cena e si è delineata sempre più precisa nelle settimane successive: l’esperienza di “Ti invito a cena” è stata una occasione di unità per tante realtà associative bresciane da sempre impegnate nell’accoglienza delle persone e nell’ambito educativo. Caritas, Banco Alimentare, Cooperativa Sociale Campus, Cooperativa Sociale Pinocchio, Movimento dei Focolari, Associazione Banco di Solidarietà, Centro di Solidarietà della Compagnia delle Opere di Brescia, Società di San Vincenzo de Paoli – Associazione Dormitorio San Vincenzo, Fondazione Casa Ospitale, Team Out, Centro di Formazione Professionale Educo, Comune di Brescia. Tutte queste realtà, per la prima volta, hanno lavorato davvero insieme. La serata ha avuto persino un utile economico dato dalla numerosità delle offerte in denaro giunte da tante persone e, ovviamente dalla gratuità di chi ha lavorato per la buona riuscita dell’evento. Tutto il ricavato è stato donato al Vescovo a testimonianza ulteriore della unità di tutti coloro che hanno lavorato.

“Ti invito a cena” è stata una occasione per capire come la gratuità è possibile e ti fa incontrare tante persone eccezionali. Gli incontri di “Ti invito a cena” hanno aperto a rapporti da cui possono nascere, con la stessa passione, tante occasioni per testimoniare la possibilità di una risposta al bisogno che ogni uomo esprime. Gli enti che hanno partecipato alla serata sono, a loro volta, luoghi di gratuità, silenziosa, ogni giorno, tutto l’anno.

Philippe Léveillé, chef francese del ristorante Miramonti l’Altro è uno di quelli che ha detto subito di sì e che si è detto colpito nel vedere felici non solo gli ospiti che hanno cenato ma anche i collaboratori come se tutti fossero stati “investiti” da un bene.

Ma anche altri chef hanno manifestato lo stupore di vedere il volto contento dei volontari, la gioia di poter lavorare insieme, la possibilità moltiplicata di fare qualcosa di buono per tutti che viene dal lavorare insieme.

Il coro di Comunione e Liberazione e un gruppo di musicisti senegalesi hanno coronato una serata preparata con cura, vissuta con entusiasmo e passione, con il desiderio di riconoscersi nel bisogno di ciascuno e, forse, per dare ancora più slancio al lavoro silenzioso di ogni giorno nel tentativo di dare risposta al disagio che sempre si incontra.

È stata una serata da ricordare, inaspettata anche se preparata nei particolari. È stato come vivere lo spettacolo sempre nuovo della gratuità e della bellezza.

Quando c’è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell’esistenza.

DON LUIGI GIUSSANI, IL SENSO DELLA CARITATIVA

Mauro Gavazzi

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