È il ventiquattro giugno, tutta la Comunità Psichiatrica è a Musi, in Friuli Venezia Giulia, per le vacanze estive. È l’ultimo giorno di vacanza e, come di consueto, la mattinata è dedicata al riordino della casa e alla preparazione del viaggio di ritorno a Brescia.

Durante questo ultimo giorno, terminato il riordino e la pulizia della casa, una parte del gruppo trova il tempo per fare un giro a Tarcento, che dista circa dieci chilometri da Musi, per andare a salutare Don Villa.

Siamo circa una decina, tra ospiti e operatori. Troviamo Don Villa che ci aspetta nel salone della scuola media dove ogni mattina e ogni pomeriggio incontra tutti gli alunni per il momento iniziale, ossia un incontro tra un canto e un dialogo per iniziare le giornate con più consapevolezza. Don Villa spiega, nella mostra presentata al Meeting di Rimini, che

«il momento iniziale risponde alla convinzione che di fronte alla vita –  e la scuola è un momento della vita – l’adulto e il piccolo sono a uguale distanza. È diverso il livello di coscienza e quindi di responsabilità. Anche l’adulto può svegliarsi svogliato ma deve uscire dal torpore e, senza vergogna, lo può fare davanti e insieme agli alunni, recuperando e quindi offrendo le ragioni della presenza e del lavoro».

Insieme a Don Villa troviamo anche Eva e Luciana, entrambe insegnanti: Eva è anche la preside della scuola e ha origini marchigiane; Luciana è sarda. Sono arrivate in Friuli quarant’anni fa per un aiuto dopo il terremoto del 1976 e sono rimaste, a fianco di Don Villa, per una esperienza di vita che ha superato ogni loro progetto e aspettativa.

Don Villa ed Eva ci invitano a sederci e subito comincia il racconto di come inizia la giornata alla scuola; nel frattempo lo sguardo va ai cartelli appesi alle pareti. Uno dice: «Vogliamo vedere Gesù; vogliamo capire la vita»; un altro ancora invece riporta: «Maestro è chiunque sa bene cosa sta facendo». Lo sguardo si sposta un po’ e incontra un’altra frase che dice così: «Chiunque sa fare il bene e non lo compie commette peccato».

Per ognuna di queste frasi viene naturale un paragone con l’esperienza quotidiana della nostra Comunità ma anche con la nostra vita, nelle nostre famiglie o con i nostri amici. Ma il cartello su cui il dialogo si sofferma di più è quello che dice:

«Per chi è creato non ci sono diritti ma solo doveri; alcuni facili e altri difficili».

Don Villa commenta subito che «questa frase non piace a nessuno» ma ne testimonia la profonda verità. In un botta e risposta con Gabriele, dieci anni, emerge come mangiare o dormire siano necessità irrinunciabili e il Don dà loro la definizione di “doveri facili”.

Le obiezioni si levano subito dal nostro gruppo: «la libertà è un aspetto che fa parte delle esigenze fondamentali dell’uomo». Ma Don Villa, con un entusiasmo che trasuda giovinezza, risponde alle domande e alle obiezioni e afferma, tra l’altro, che se è vero che c’è un Salvatore di cui tutti abbiamo bisogno c’è qualcosa di cui dobbiamo tenere conto al di là di ogni nostro diritto. Insomma, il luogo della nostra libertà è la consapevolezza della dipendenza da Dio.

Viene spontaneo pensare a noi stessi e a tutte le persone che incontriamo ogni giorno in Comunità; quanto tempo perdiamo e quanto ci attardiamo a reclamare i nostri diritti illudendoci di una autonomia che, se guardiamo con un po’ di attenzione la nostra vita, non appartiene alla nostra natura. Parafrasando ciò che dice un medico milanese, nasciamo e viviamo lunghi anni dipendenti dai nostri genitori e passiamo lunghi anni, fino alla nostra morte, dipendenti in tutto e da tutti. Anche la frase di Don Carròn al Meeting del 2005 sembra avvalorare che la libertà deve passare attraverso il riconoscimento di chi e di ciò che è bene per sé:

«Io non posso concepire né tollerare alcuna utopia che non mi lasci la libertà che è più cara: la libertà di vincolare me stesso; di vincolarmi a ciò che mi compie, all’infinito che cerco nei piaceri, al Tu che mi chiama attraverso l’attrattiva delle cose, al Tu che mi fa essere, a Colui cui posso dire: “La mia verità sei Tu, il mio io sei Tu, io sono Tu che mi fai”».

Don Villa ci tiene a farci vedere l’immagine di una ecografia in cui si vede un feto durante le prime settimane di gravidanza e la foto della bambina nata al termine della gravidanza stessa. Il messaggio è chiaro. Dentro il feto c’è già tutto il destino della bimba che nascerà; non veniamo dal nulla.

Alla fine, prima dei saluti e della nostra partenza, arrivano bibite e dolcetti per tutti. Diciamo arrivederci a Don Villa, a Eva, a Luciana. Sembra di vederlo Don Villa, con il suo inconfondibile basco in testa, lo sguardo basso, ma che spesso si alza e incrocia i tuoi occhi, dire le parole che chiudono la mostra del Meeting 2016:

«Molti degli ex alunni sono diventati genitori e portano i loro figli qui a scuola. Qualcosa accade, una scintilla c’è sempre. Tutto è così semplice, come ci hanno insegnato gli ultimi Papi e come ci sta testimoniando papa Francesco. Solo che “tutto” non è nostro. Non servono i ragionamenti o i discorsi. Ai giovani di oggi non basta una fede trasmessa come abitudine. È una vita. Ma la vita è Mistero, non si capisce. È come capire l’Essere. O come quando si cerca di spiegare alcune parole ai bambini. Cos’è il “nulla”? Il nulla è nulla… e cioè? O il “tutto”. Cos’è il tutto?».

MAURO GAVAZZI

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