Quando si arriva all’età di 54 anni, e ci si ritrova inaspettatamente in comunità, non puoi far a meno di rivisitare la tua età, ed allora ti accorgi che forse è il momento di una svolta, di cambiare pagina, di dire basta. Così facendo ripensi a cosa ti ha portato in questa nuova realtà, pensi all’O.P.G. di Castiglione delle Stiviere, una struttura di 4 reparti (3 maschili ed 1 femminile) delimitata da una recinzione in ferro alta circa 6 metri, un luogo in cui ti leggono anche dentro l’anima. Definito da molti, come nell’Inferno di Dante Alighieri, “lasciate fuori ogni speranza, voi che entrate”. Ma forse sarà la mia età, forse la mia maturazione, il mio cambiamento, che mi spingono ad esprimermi in modo diverso.

Dell’O.P.G., ricordo il mio arrivo, con le mie paure, con i miei fantasmi, ricordo l’ombra di me stesso. I miei compagni con la loro indifferenza, la loro rabbia racchiusa nell’animo, il mio sentirmi cadere, toccare il fondo, l’incontro con gli operatori, medici ed infermieri, tutti potenziali nemici.

Solo dopo qualche mese, iniziai a crearmi il mio gruppo di amici, con loro trascorrevo la maggior parte del mio tempo, sfruttavamo le cose positive dell’O.P.G. Vi era una palestra che ci aiutava a tornare in forma, una biblioteca, che ci faceva fantasticare con i suoi libri, una piscina, meta di incontri con il reparto femminile, una sala computer, dove io svolgevo il compito di responsabile, e che ci riempiva le ore vuote della giornata, vi era un bar, che ci offriva la sensazione della realtà esterna, un giornalino interno, dove i partecipanti uomini e donne giocavano a fare i giornalisti.

Il contatto con l’altro sesso ci aiutava a sentirci normali, il rapporto con gli Operatori si era solidificato, mi ero accorto che non facevano altro che il loro mestiere, non vi era nulla di personale nei nostri confronti. Erano il nostro collegamento con la vita esterna, per ogni piccolo problema erano pronti ad ascoltarci, ad aiutarci, e non era per nulla vero che risolvevano il tutto con l’aumento di terapie. I loro consigli mi sono stati spesso utili; sarà anche che non ho mai dato modo di farmi riprendere, ma notavo che anche per i miei compagni il trattamento era identico. Il fantasma del manicomio, nel vero senso del vocabolo, svaniva.

Così, ho trascorso poco più di un anno.

Quando mi e stata proposta la Comunità, ero combattuto dalla felicità di aver raggiunto l’obbiettivo, il quale mi avrebbe in futuro aperto la porta verso una vita normale, e dalla tristezza di lasciare un luogo che mi ha dato molto, che mi ha aiutato a crescere, a dominare le mie paure.

Ho lasciato diversi amici, e con loro un équipe medica fantastica, spero solo di aver lasciato anch’io un buon ricordo in tutti loro.

Il mio obiettivo è sempre quello di tornare a casa: io voglio tornare ad una vita normale; viverla, una vita normale.

Voglio tornare a confrontarmi con la vita esterna, a combattere con coraggio le sue problematiche, voglio finalmente dimostrare a me stesso che sono maturato. La comunità in cui oggi risiedo fa di tutto per farmi trovare a mio agio, riempire il mio tempo.

Ho il desiderio di poter frequentare, insieme agli altri ospiti con cui vivo attualmente, qualche corso professionale per aumentare la mia motivazione e sentirmi più valorizzato, così come mi piacerebbe aumentare l’attività motoria con attività fisiche legate ad una palestra e, infine, aggiungere una piccola biblioteca.

Le mie aspettative, sono quelle di chi vuol lasciare alle sue spalle il proprio trascorso, di chi chiede solo un’ultima possibilità, quella di avere un tetto dove riposare ed un lavoro che gli permetta di vivere decentemente il proseguo di questa storia.

Ernesto

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