Quante volte abbiamo vissuto la stessa sensazione? Personalmente non saprei contarle, fortunatamente ne sono uscito. Psicologicamente “con un po’ di ossa rotte”, ma sostanzialmente indenne, forse nella disgrazia vi è veramente qualcuno lassù che ci guarda le spalle. Comunque sia, tornando con i piedi per terra, diciamo subito che, spesso, in queste situazioni ci conducono le vie più facili: la droga, la nostra voglia di avere tutto e subito e in altri casi, il pensare solo a se stessi o al divertimento, privandoci di ogni responsabilità che la vita richiede.

Analizzando i vari episodi, che non racconteremo, poiché tutti simili, ma cercando un comune denominatore che li unisce, direi che quello più riscontrabile è l’incoscienza, la superficialità delle nostre azioni, il non pensare alle conseguenze, e come risultato: lo stress la depressione e la paura sono le costanti derivanti.

La nostra incoscienza, lo stress e la droga, ci hanno quasi sempre portato in situazioni tragiche.

Quante volte ci siamo sentiti persi e non sapevamo come uscirne? Ovunque bussavamo trovavamo porte chiuse. Cercavamo una via di salvezza aggrappandoci ai vetri. Il cuore batteva a mille, l’ansia ci soffocava ed eravamo disposti a tutto. Erano attimi terrificanti, ossessivi, avevamo un unico pensiero: “come faccio ad uscirne?”. La soluzione sembrava irraggiungibile. Una di quelle equazioni in cui il risultato è sempre negativo. Nei casi più tragici qualcuno avrà anche pensato di farla finita o evitare di affrontare i problemi, tramite l’uso di stupefacenti, ma queste sono, forse, le soluzioni più facili, non di certo le più giuste.

Cercavamo di attribuire la colpa dei nostri sbagli a chiunque, anche a coloro che, sino a ieri, affermavamo, essere i nostri amici; ci siamo sempre nascosti dietro stupide bugie, e non ci accorgevamo che mentivamo a noi stessi. Non abbiamo mai voluto ammettere che i veri responsabili eravamo noi. La realtà non svanisce con delle scuse inverosimili, la realtà la tocchi e ti fa male, che ci piaccia o no. Le bugie, l’inganno, la depressione, il tradimento, fanno parte della nostra filosofia difensiva, ma non alterano più di tanto la nostra responsabilità, abbiamo sempre una scelta, anche quando tutto ci sta crollando addosso, siamo sempre noi a decidere l’ultima azione. La realtà è concretezza, è il risultato di una determinata azione fisica decisa da noi.

Azione e reazione, una semplice formula di fisica che ci insegnano a scuola, il nostro futuro ce lo creiamo noi, azione dopo azione, reazione dopo reazione. Se sono sbagliate, piano piano ci ritroviamo in situazioni più grandi di noi.

Basta una reazione non controllata e in un modo o nell’altro abbiamo un debito da pagare alla vita, alla società, ci ritroviamo in una selva oscura, proprio come Dante.  Queste per noi sono fasi di cecità, in cui, lo stress, la depressione, l’ansia, lo sconforto, la paura, l’ira, sono tutti elementi dello stesso impasto che spesso ci portano ad azioni eclatanti, azioni senza ritorno, e se hanno un ritorno, dobbiamo pagare un duro prezzo, e dopo ci sarà spazio solo per i rimpianti. I nostri rimpianti.

Che cosa fare? Il danno ormai è fatto; il consiglio che posso dare io è quello di non lasciarsi trasportare dal vento, dalla depressione; non piangiamoci addosso possiamo farcela. Cerchiamo di essere sempre padroni delle nostre idee e soprattutto delle nostre azioni. Evitiamo di domandarci continuamente: “quando torneremo a casa? Eviteremo lo stress dell’attesa, e nello stesso tempo, di prendercela con persone che non hanno nessuna responsabilità. Cerchiamo di sfruttare il tempo nella maniera migliore, cerchiamo di riprenderci fisicamente e mentalmente, ricostruiamo la nostra vita dalle sue ceneri, facciamoci aiutare da chi abbiamo attorno “medici, educatori, operatori”;

le possibilità che ci offrono sono molte, e poi vedrete che il giorno del ritorno alla normalità arriverà. Cerchiamo di farci trovare pronti per quell’evento, per poi non ricadere negli stessi errori, la vita è la nostra ed il tempo trascorso nessuno ce lo ridarà.

Ernesto C.

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