A PIEDI, IN TRENO, SUL PULLMAN. DALLA COMUNITÀ A CASA E, DI NUOVO, IN COMUNITÀ. RIDENDO E PIANGENDO

Circa due settimane fa, come capita ormai da novembre, son tornato a casa a trovare mamma ed amici, ed è stato come al solito bello e commovente riabbracciare i miei cari. Sono partito dalla comunità alle ore 6.15, ho preso il treno per Brescia da Castegnato alle 6.52 insieme al mio amico Claudio Lince – non prima di aver bevuto un buon caffè al solito bar Stella. Siamo arrivati a Brescia alle 7.25 e alle 7.40 abbiamo preso il regionale per Milano: un incubo! Fa tutte le fermate!

Durante il viaggio più che altro abbiamo fatto silenzio, forse perché tutti e due pensavamo a cosa dire ai nostri cari una volta giunti a casa. Arrivati in Stazione Centrale io e Claudio ci siam separati, contenti devo dire. Io ho proseguito il mio viaggio prendendo la linea metropolitana verde, e a Cadorna ho cambiato prendendo la metro rossa fino a Bisceglie, capolinea nonché estrema zona periferica di Milano.

Una volta a Bisceglie ho preso il pullman 327 per Trezzano sul Naviglio e dopo cinque minuti sono sceso a Corsico (un posto che ve lo raccomando). Mi sono incamminato verso casa e ho fatto una capatina al bar di “Bruno”, mio barista di fiducia. Bruno è un grande. Da novembre mi presento al suo bar alle 9.30 e invece di chiedere la solita Menabrea media (birra buonissima) gli ordino un caffè lungo. Bruno non dice niente, obbedisce, fa il caffè, ma quando me lo porge i suoi occhi sprizzano felicità. Bevuto il caffè saluto il mio barista di fiducia che, contento, da novembre a questa parte mi augura sempre “buon lavoro”. Deve aver capito, Bruno, che sono in comunità…

Appena arrivato a casa abbraccio mia madre come mai ho fatto nella vita e mi faccio preparare un caffè. Sto un’oretta con lei e parliamo di tutto, e lei è ancora più lieta da quando non bevo. Dopodiché mi metto annoiato sul divano e guardo la tele, ma più che altro facendo zapping, perché come diceva mio nonno ormai in televisione fan solo cazzate.

Dopo un’ora ritorno da mia madre che sta cucinando manicaretti per me e riprendo a chiacchierare con lei, e le confesso che ho una paura fottuta di ritornare a bere. Lei si commuove ma non dice niente.

A mezzogiorno e mezzo mi arrivano consecutivamente le telefonate dei miei amici Luca, Alessandro e Luigi che chiedono se possiamo vederci di sera; triste fino alla morte rispondo che non posso e che alle 16.30 devo ripartire per tornare in comunità. Alle 13.00 arriva puntuale il mio Migliore Amico, Davide. Muore dal ridere tutto il tempo del pranzo sentendo i miei racconti sulle peripezie e gli scherzi del mio grandissimo amico Pietro Di Cuonzo. Alle 14.00 Davide diventa triste ed esclama: son già le due! Non ci abbracciamo, ci salutiamo e basta, entrambi addolorati del fatto che dobbiamo lasciarci. Vado a dormire fino alle 15.00.

Quando mi sveglio vi giuro su quello che volete che, determinato, prendo il cellulare con la forte volontà di chiamare in comunità e farmi spedire a mie spese le mie cose a casa. Tengo il telefono in mano dieci minuti, lo stringo nervosamente; mia madre mi guarda, capisce, ma non dice niente. Mi rendo conto che ho tracannato una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo in dieci minuti… il solito gesto, il solito rito: prendere la bottiglia e versarmi compulsivamente da bere. Mi dico: Marco, non ci sei ancora! Dopo quindici mesi, non ci sei ancora. E mi ripeto tre, quattro volte: se rimani a casa fra due mesi torni il fantasma di prima. Già, ho questa croce della depressione da dodici anni ed è dovuta a quarantadue anni di vissuto. Mi urlo in testa: non puoi risolvere quarantadue anni in quindici mesi.

Banalmente, ci è voluto tempo per mettermi con le morose, non mi buttavo a capofitto. Per entrare nei Memores ho dovuto fare due anni e mezzo di verifica, non abbiamo fatto le cose in sei mesi. Io desidero fermamente guarire dalla depressione e tutto lascia pensare che siamo sulla strada buona: non bevo da quindici mesi, ho tolto un sacco di farmaci, cose assolutamente impensabili prima. Già, desidero guarire… ma il tempo consolida il desiderio. Alle quattro e mezzo, piangendo, mi incammino per fare il viaggio a ritroso e torno in comunità. So che ho fatto la cosa giusta. A suo tempo ritornerò nel mondo e farò la vita che desidero. Grazie a Rita, a Mauro, alla Fiorella, a Cortesi, a Gianfranco e a tutti i miei amici della comunità che mi stanno educando.

Educare è introdurre al reale e non c’è amicizia più grande di questa.

Marco Cirigliano

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